A.S.D. OKEANOS
e gli articoli di storia della subacquea 

Tratto dal libro " Viaggi nel mondo sommerso " ( avventure di palombari )
prima ed. 1931 di Ulderico Tegani

" Il redivivo Strazzèra"

Nell'agosto del 1917, quando cioè la guerra era nel suo colmo e l'offensiva dei sommergibili tedeschi nel suo furore, un nostro piroscafo da carico, ch'era stato varato da quattro o cinque mesi - il Genova - viaggiava verso La Spezia portando dei cannoni, allorché l'insidia nemica lo raggiunse dinanzi alla deliziosa insenatura di Paraggi.
Un siluro, scoccato da un sottomarino germanico, tocco il bersaglio facendone sprizzare un'alta colonna d'acqua e di fango.
Colpito a morte, il Genova ebbe un'agonia di otto ore, durante le quali si tenne disperatamente a galla.
Poi sprofondò nel grande abisso che fa sì densamente turchino il mare di quella splendida costiera.
Il caso suscitò qualche scalpore e fece fiorire parecchi punti interrogativi. Perché si era lasciata la nave agonizzante per tanto tempo alla superficie, invece di profittare della propizia circostanza per rimorchiarla sino alla vicina Santa Margherita?
E perché non si era almeno provveduto a trascinarla verso terra quel che bastasse per far rimanere fuori d'acqua la coperta?
Il siluro era forse giunto nel reparto delle caldaie ed erano esse scoppiate provocando il gran getto d'acqua e di fango?
E in ogni modo, la ferita era tale da spiegare l'accaduto e da consentire o meno il recupero del vapore?
La risposta e tutte queste domande, o alla maggior parte di esse, non poteva trovarsi che in fondo al mare, sulla nave medesima. Bisognava scendere a visitarla, ma pareva che nessun palombaro potesse calarsi in quel baratro subacqueo, in quella zona così profonda, e tanto malfamata per essere singolarmente preferita dai pescicani. Avanti dunque. Nessuno pretendeva che si andasse là sotto a lavorare, tenuto conto della enorme pressione derivante dalla grande profondità. Si trattava soltanto di vedere di che era morto il Genova. Un buon tuffo e via.
Si presentò finalmente un palombaro dal cipiglio risoluto, indossò lo scafandro e si calò in mare là dove si diceva che fosse affondato il bastimento. Toccò il fondo e non trovò nulla. Scomparso? Non era possibile.
Si spostò di qua e di là, si mise a passeggiare sulla terra sottomarina. Ma eccolo il piroscafo, con la sua scura massa compatta. L'uomo si sollevò tanto da porre i piedi sulla coperta, la percorse tutta su e giù, salì sul ponte di comando, ridiscese sulla coperta esplorandola minutamente. Era intatta che pareva nuova, le due ancore erano al loro posto, le caldaie apparivano illese. La ferita si apriva sul fianco dritto, a proravia: uno squarcio di due metri e venti centimetri di lunghezza per uno e settanta di altezza, nel pozzo delle catene.
Verificò, misurò, e tornò su a riferire, un po' stanco ma soddisfatto della prova sostenuta e del risultato ottenuto. Bravo era quel palombaro, bravo davvero, e da lui si poteva cavar dell'altro. Gli dissero d'andare a prendere un cannone nella stiva numero uno. Un cannone? Perdinci, non era certo una piuma, quel gingillo, ma l'amor proprio conta pure per qualche cosa, e quando si è uomini di fegato e per di più palombari.....
Tornò giù, sul Genova, andò a cercare il cannone nella stiva numero uno e si mise ad imbragarlo. Lavoro lungo, faticoso, penoso, con quella maledetta pressione che gli stringeva i polmoni come tra due respingenti: la montagna dell'acqua il soffio potente dell'aria cacciata giù dalla pompa. Dopo due ore, due eterne ore, non ne poteva più e si fece tirare a galla.
Ma come! Sul più bello, quando il più era già fatto e non c'era che da dirigere la marcia del cannone per farlo uscire dalla stiva e menarlo verso l'alto?
Un altro piccolo sforzo, brav'uomo, un altro bagno, un altro tuffo, e poi basta. Bisognava non aver cuore, per dir di no; e il brav'uomo che aveva un cuore immenso, disse di sì e fece la sua terza immersione. Là, eccovi il cannone, su, tirate per benino, così.....

Strazzera al lavoro

Ma che! Quelli di sopra sbagliarono la manovra e il palombaro perdette al calma che gli era più che mai necessaria. Una stizza feroce lo invase, lo dominò, lo tenne, fin che, fattosi tirar su di fretta, ripose piede sulla nave base, e allora, per reazione, lo shock lo vinse ed egli cadde di schianto sulla tolda.
Morto, morto! ll professor Cuneo ebbe un bel praticargli delle iniezioni eccitanti. L'uomo non rinveniva. Era già di là. Era spacciato. Un ultimo tentativo, decise il professore. Egli fece un'iniezione al cuore. Quella lo svegliò, lo trasse chissà da quale lontananza, lo richiamò alla vita. Ma rovinato. L'eccessiva pressione gli aveva schiacciato la vescica, paralizzandogli la metà inferiore del corpo. Dovette trascinarsi per sei anni per le cosiddette Case di Salute, provare tutto un repertorio di cure e subire tutto un terremoto di scosse elettriche. Piano, piano, piano, si riprese .........e tornò a fare il palombaro.
Non è più quello di prima, ma grazie tante: egli si considera, non a torto, un redivivo. E si contenta.
Quest'uomo, che giura d'aver varcato la soglia della morte e d'aver fatto un tuffo nel nero mare dell'al di là, è Michele Strazzèra.

A cura di , Walter Cucchi, membro della Historical Diving Society Italia

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