| UN UOMO, UN
CUORE, UN MONDO
Tutto chiuso in un involucro, di gomma o
di metallo, che può diventare un feretro; appeso a un cavo come la
marionetta al filo, pesante e goffo, massiccio e grottesco nell'armatura
che gli dà parvenze mostruose e atteggiamenti fantastici, l'uomo
scavalca il bordo della barca o si stacca dal parapetto del piroscafo,
tocca e trapassa l'acqua con gli enormi piedi, vi discende con le gambe
rigonfie, vi si cala col tronco, con le braccia, con le spalle.
Non v'è più che la testa - quel lucido casco di rame coi grandi,
vitrei occhi da batrace - sulla liquida superficie, e anche la testa
lentamente vi s'immerge e l'onda si richiude su di essa, la ricopre e la
suggella, e non si vede più nulla, tranne un cavo, un tubo, un filo che
continua a svolgersi e a sparire, come succhiato da quella sonda
vivente.
Perché l'uomo prosegue il suo viaggio, verticale nell'abisso,
solcandone le molli pareti, in una discesa che sembra interminabile e
che l'orologio indifferente misura in pochi minuti. La luce è mutata,
è divenuta pallida e triste, e tutto d'intorno somiglia a un mondo
venuto in sogno, e un immenso silenzio lo avvolge, e una sterminata
solitudine lo circonda. La terra, gli amici, la vita, tutto è
straordinariamente lontano, lassù, a un'altitudine inaccessibile.
L'uomo è solo, terribilmente solo, sul limitar di un'esistenza nuova,
di là da una barriera che gli pare di non poter riattraversare mai più.
O, forse, egli non pensa a queste paurose possibilità e discaccia da sé
con energia le idee sinistre, mentre ancora sprofonda nel baratro
gorgogliante, e si abbandona calmo e fidente al suo destino. Giù, giù,
giù, nella penombra forme spettrali si compongono e svaniscono e vaghe
luci brillano e si estinguono, masse confuse si delineano, sagome
bizzarre si precisano.
I piedi grevi toccano qualche cosa, e l'urto si riperquote in una
vibrazione che sale al cuore. Un ponte sfasciato, una tolda sconvolta,
il tragico relitto d'una nave morta; un labirinto di lamiere divelte e
accartocciate, un groviglio di ferraglie incrostate di ruggine e di
conchiglie: i residui d'una lunga battaglia tra gli oggetti e gli
elementi, tra le cose e il tempo.
La preda del mare.
L'uomo ha raggiunto la sua mèta, e, nel mistero, si accinge alla lotta
e inizia il suo lavoro con lenti movimenti, premeditati e guardinghi.
Una mossa incauta, un passo falso, una svista; un nonnulla può
costargli la vita. E' il rischio di ogni istante, è la minaccia che lo
accompagna senza tregua, è il pericolo che incombe sempre su lui e fa
eroica la sua fatica.
E' quello che si rinnova ogni volta, che lo spia e lo insidia ad ogni
discesa e in ogni momento; che ha mietuto tanti suoi compagni può
ghermire anche lui, da un attimo all'altro. Un cavo che s'attorciglia,
un piede che s'ingarbuglia, una botola che si richiude, un barile che
rotola e sbarra il varco, una valvola che s'incanta nell'apparecchio,
una fessura che si apre nello scafandro: l'acqua che penetra e monta,
l'aria che s'intossica, il respiro che manca..... Quando non è una
santabarbara che esplode.
Quest'uomo è laggiù, solitario intrepido, sotto la massa fluida e
schiacciante. Un filo lo avvince al mondo esterno, alla vita luminosa e
sonora: un filo che si può spezzare, un vincolo che lo può tradire. E'
una
sfida d'ogni minuto, in un ambiente anormale, in un'attitudine non
naturale.
E' un'esistenza sospesa ad un capello, una creatura in balia della
sorte.
Non un tuffo fugace, non un'immersione rapida, cieca ed inerte. Quello
che già sarebbe ardimento sportivo, diventa azione cosciente ed utile.
All'audacia della prolungata dimora subacquea, si aggiunge lo sforzo
della vigile ricerca e del lavoro intelligente. Mentre alla luce del
sole gli altri fanno un mestiere solo, quel romito dell'ombra
sottomarina fa cento mestieri, nel suo proteiforme travaglio e
s'arrabatta tenace, insistente, perseverante tutto preso dall'orgoglio
della sua missione, che può significare il salvataggio di un
sommergibile, il recupero di una salma, il ritrovamento di un tesoro. |