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Dal libro "I
dominatori dell'abisso" di V. Curti
PRIGIONIERO NELLO SCAFO
DI UN SOMMERGIBILE
Il bollettino numero '77, diramato dal Quartier Generale delle forze
armate, dava notizia che il 22 agosto, nel golfo di Bomba, aerosiluranti
inglesi avevano attaccato un nostro sommergibile che usciva dalla rada e
lo avevano colpito con un siluro. La maggior parte dell'equipaggio era
stata salvata, il sommergibile poteva venir ricuperato e un velivolo
nemico veniva abbattuto.
Due ore dopo l'incursione nemica, sullo specchio d'acqua dove era andato
a fondo il sommergibile (la nave si era adagiata su un basso fondale) vi
era già la barca con tanto di bandiera rossa e con i palombari
all'opera. Si trattava di determinare lo squarcio prodotto dal siluro
nello scafo, in prossimità della torretta e, sopratutto bisognava
ricuperare le salme di alcuni marinai che stavano nei settori prodieri
al momento del sinistro.
Il primo palombaro che si immerse tentò di alzare il pesante coperchio
del portello di prua, ma la cosa non fu possibile perchè le lamiere,
deformate dall'esplosione, si erano incastrate l'una contro l'altra.
L'uomo, allora, pensò di scendere dall'apertura della torretta, anche
per recuperare il cifrario e i libri di navigazione chiusi nella
cassetta di ferro tutta bucherellata per far entrar l'acqua, e sistemata
ai piedi del periscopio.
L'impresa non era facile: si trattava di infilarsi in un condotto
verticale, muoversi in uno spazio ristretto, e infine tentare di
raggiungere a una quarantina di metri di distanza la camera dei siluri
sistemata nell'estrema prua.
Con una lampada portatile, aggiustandosi con le mani il tubo perché non
si impigliasse in nessun ostacolo, il palombaro si lasciò scivolare
lungo la scaletta di acciaio accanto al pozzo dove è sistemato il
periscopio e raggiunse il locale di comando. L'esplosione aveva staccato
dalle pareti i grovigli di tubi che pendevano, ora, come festoni. Spinse
la lampada in avanti e alla luce fioca, verdastra, vide che la prima
porta stagna era aperta. Il sommergibile è diviso in tanti locali
sistemati nel senso della sua lunghezza. Ogni scompartimento è separato
dall'altro da robuste paratie di acciaio nelle quali si apre una
massiccia porta completamente impenetrabile all'acqua. Il palombaro si
spinse ancora più avanti. Malgrado la luce violenta della lampada
elettrica, gli occhi si spingevano a fatica in quella massa d'acqua
costretta dalle pareti del sommergibile, tutta velata di olio e di
nafta. Si camminava a fatica, data l'inclinazione dello scafo; pure il
marinaio andava sempre avanti. Anche una seconda porta era aperta, o
meglio dischiusa. Si appoggiò con le spalle al portello e la lamiera
lentamente si aprì. Il palombaro tirò un po' di più a sè il tubo
dell'aria, continuò il suo cammino. La terza porta era chiusa. La leva
a mano era addirittura contorta nelle sue guide: nulla da fare. |
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L'uomo tornò indietro per
chiedere alla superficie la lampada ossidrica per tagliare la lamiera,
giunse alla porta, che era sempre dischiusa e spinse. La porta non si
aprì. Poggiò le spalle sull'acciaio e incominciò a spingere, ma
inutilmente.
Nel muoversi, un filo della lampada si spezzò e l'uomo rimase al buio.
Per qualche secondo il palombaro rimase immobile per tentare di
ricollegare le idee e fare un quadro preciso della situazione, poi
incominciò a tentar con le mani di capire quale fosse l'ostacolo che
impediva, al di là della parete di acciaio, l'apertura della porta. La
lamiera cedeva appena di qualche centimetro, sotto la spinta delle sue
mani, poi si arrestava. Il palombaro capì subito che, dall'altra parte,
doveva esser caduto qualcosa contro lo sportello. Niente da fare
provvedimento immediato da prendere era quello di metter qualcosa fra i
battenti della porta per impedire che questa, per l'aumentata pressione
o per qualsiasi altra causa, si chiudesse del tutto, troncando il tubo
che gli portava l'aria.
Rimase così un tempo abbastanza lungo pensando che i marinai, dalla
lancia, non vedendolo ricomparire, avrebbero fatto delle ricerche; poi
un pensiero improvviso, angoscioso gli fece imperlare di sudor freddo la
fronte. Per tutta quella giornata, fin che non fosse venuto il materiale
da Bengasi, lo scafandro che egli indossava era l'unico che vi fosse in
tutta la bai: una bomba incendiaria caduta il giorno prima aveva
distrutto una parte del materiale usato dai palombari. La situazione era
terribile. |

Il palombaro si spinse ancora più avanti.
Malgrado la luce violenta della lampada elettrica, gli occhi si
spingevano a fatica in quella massa d'acqua . . |
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Egli era prigioniero di un
pezzo di ferro, di una cosa banale che stava a pochi centimetri da lui,
ma che egli non poteva assolutamente rimuovere. Era chiuso in una bara
di acciaio, legato al mondo solo da un filo d'aria che filtrava
attraverso il tubo, immerso nell'oscurità più completa.
Capì di essere perduto e si accinse a morire. Più tardi, quando
riassommò dalla sua tomba, l'uomo disse con tutta semplicità: "
Sapevo che stavo per andarmene e un gran senso di pace mi invase. Mi
misi a sedere aspettando, e il tempo si fermò del tutto... ".
Su, nella barca, gli uomini continuavano a immettere aria nel tubo che
si perdeva nell'acqua verde.
La tragedia l'intuì il secondo capo che comandava l'armamento
dell'imbarcazione. Capì che se il palombaro non veniva a galla, pur
rispondendo ai segnali che gli si facevano col cavetto, era
nell'impossibilità di farlo, D'altra parte la fune per i segnali, se
portava notizie di quelli di su al sepolto vivo, non trasmetteva nulla
di questi : un piccolo nodo contro una lamiera, permetteva al cavo di
scorrere in un senso piuttosto che nell'altro.
Come fare?
L'ufficiale che comandava la base, non ebbe un minuto di incertezza:
corse a chiedere aiuto al campo di aviazione; un motoscafo guizzò
subito sull'acqua ferma della baia verso un gavitello che serviva di
ormeggio ad un idro; i piloti salirono a bordo e un " Cant zeta 501
" filò a tutto regime verso Bengasi. |

. . . i piloti salirono a bordo e un
" Cant zeta 501 " filò a tutto regime verso Bengasi. |
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L'uomo, nello scafo del
sommergibile era sempre immobile.
"Sentivo che il sangue a poco a poco non fluiva più nelle vene.
Davanti agli occhi mi passavano milioni di faville rosse... ".Sulla
barca, i marinai giravano sempre con lo stesso ritmo le grandi ruote
della pompa.
"Non sapevo che ora fosse, quanto tempo fosse passato, se fuori
splendesse il sole o fosse già comparsa la luna... Ogni poco sentivo
degli strappi e tiravo il canapetto anch'io, per far capire a quelli di
su che non ero ancora morto... ".
A Bengasi bisogna andar dal porto alla Giuliana, al Comando Marina per
spiegare il caso e avere l'autorizzazione, poi bisogna andare con un
autocarro alla casermetta dei palombari, ritornare indietro, caricare lo
scafandro, decollare con un po' di vento di traverso, buttarsi a rotta
di collo verso la baia lontana. Sotto gli scarponi dell'idro passa
Derna, il costone rossiccio, le lingue di terra che si sporgono sul mare
tutto dipinto a striscie verdi, azzurre, grigie. Poi, ecco finalmente
Bomba.
"Speriamo che non sia troppo tardi... ".
Vi è già una lancia pronta con i suoi uomini e una pompa che ansima e
ha un lieve gemito ad ogni girar di manovella. Un palombaro ha già
indossato i suoi indumenti di lana, ed è lì ad attendere. Prima ancora
di udire le sirene di allarmi, incominciano a sparare le batterie
contraeree contro due moscerini che sono apparsi all'orizzonte e che si
avvicinano sempre più rapidamente. Una scheggia colpisce un uomo ad un
fianco e la maglia bianca si tinge rapidamente di rosso vivo. Fà
niente. Le schegge cadono e l'acqua si solleva in pinnacoli bianchi
quando cadono le bombe, ma fà niente, là sotto vi è un uomo che sta
morendo e che bisogna salvare. E gli aerei sono sempre sopra a sganciar
bombe mentre nel cielo si sfioccano tante nuvolette bianche e sul mare
piovono le schegge con un rumore sordo.
"Più in fretta... Più in fretta... ".
Accanto all'altra barca, un palombaro si lascia cadere nell'acqua, segue
il tubo dell'aria del camerata immerso, va giù nello scafo sommerso con
la sua lampada bianca. |
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La porta stagna è semichiusa: ad
impedire che si apra non vi è che una sbarra d'acciaio sostenuta da un
capo, che è caduta dopo il passaggio del primo palombaro. Il salvatore
rimuove l'ostacolo, apre la porta, spinge la mano, con la lampada
elettrica nel buio, vede per terra, con la testa appoggiata ad una
parete l'uomo. Non può prenderlo fra le braccia: deve spingerlo in
avanti, a poco a poco, centimetro per centimetro, badando ai tubi, al
fili della lampada che non si spezzino, al cavi che non si aggroviglino.
Ogni poco lo scafo è scosso da un sordo rumore: sono le esplosioni
delle bombe che si ripercuotono nella massa d'acqua. Ogni scoppio è per
gli uomini come un pugno sulla bocca dello stomaco.
"Capivo che cadevano vicinissime e pensavo a quel disgraziati che
erano fuori, in una barca, senza protezione, sotto quell'inferno di
schegge...
Poi bisogna far andar su il corpo inanimato del palombaro lungo il tubo
che porta alla torretta, poi spingerlo ancora per farlo salire in barca.
Respirazione, gocce di liquore fra i denti serrati, qualche schiaffo:
tutto è buono per far tornare in vita un palombaro, specie se è
rimasto più di quattr'ore prigioniero sott'acqua in una scatola di
ferro.
E il palombaro ritorna in vita.
Apre gli occhi, sorride, guarda i suoi amici fissa intensamente il cielo
che non credeva di rivedere mai più, chiede una sigaretta.
"Mi, credevate finito, no? E invece eccomi un'altra volta...
".
Ecco: i palombari sono esseri speciali con un fegato a tutta prova e con
un punto d'onore come non ne ha nessuno.
Nel pomeriggio dello stesso giorno, il palombaro riprendeva l'immersione
e tornava nello scafo sommerso.
"Dovevo forse lasciar da parte il lavoro per un incidente
,trascurabile? Eh! No ! Che diavolo! E allora, per che cosa mi paga il
Governo?".
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