A.S.D. OKEANOS
e gli articoli di storia della subacquea 

Dal libro "I dominatori dell'abisso" di V. Curti

UNA OFFICINA A VENTI METRI SOTTO IL LIVELLO DEL MARE

Per vent'anni quella "carretta" scassata, che un bel giorno, si era aperta come una pantofola, era rimasta lì, sul fondo, in un angolo del porto, segnata da un gavitello rugginoso. Era un vecchio onesto piroscafo che a tre, quattro nodi l'ora doveva aver fatto più volte il giro del mondo. Ed era certamente così vecchio e rugginoso da non spingere nessuno, società di assicurazione o armatore, a tentare il ricupero.
Da vent'anni la "carretta" era rimasta a marcire sulla melma del fondo, dove grandi merluzzi scuri e maculati giocavan cauti tra i ciuffi di corallo e le grandi macchie di vegetazione sottomarina. Poi, all'ammiraglio che comandava la base, quel gavitello dipinto di minio, fermo come una roccia sul mare immobile, aveva dato fastidio.
Gli occorreva, per il suo naviglio leggero, anche quel ristretto specchio d'acqua frequentato una volta solo dalle barche dei pescatori e aveva dato le disposizioni necessarie. 
Subito si era calato nell'acqua grigia tutta chiazzata di macchie iridescenti d'olio, un vecchio sottufficiale che da vent'anni indossa lo scafandro. E' un uomo dal viso sorridente, dagli occhi bonari, piccoli come punte di spillo che par che buchino quella sua cartapecora rugosa cotta dal sole, dall'acqua, dal vento, dalla salsedine e che fa le veci della pelle.
E' un essere miracoloso che, con lo scafandro normale, ha toccato più volte il limite dei sessanta metri. I medici lo chiamano "il fenomeno" perchè vien su dalle profondità sottomarine, anche quando non vi è la camera di decomposizione, a gran velocità, facendo riempir lo scafandro e salendo in alto a pallone.
Il palombaro si è immerso, lasciandosi cadere all'indietro in quell'acqua saponosa, bianca e azzurra come se vi avessero lavato dei panni e per di più di un'ora i marinai sono stati a girar la ruota della pompa. Venivano a galla, ora qua, ora là, sulla superficie immobile da parere una lastra di vetro, ciuffi di bollicine che si rompevano subito. Da questo ribollir d'acqua che veniva a galla si poteva arguire il cammino dell'uomo sul fondo del mare.
Dopo aver fatto una diagnosi completa, l'uomo è venuto su. Appena gli hanno tolto l'elmo, ha aspirato a pieni polmoni una boccata d'aria fresca, si è fatto accendere una sigaretta e, dopo aver fumato in silenzio, come se avesse avuto bisogno di raccoglimento per poter riunire tutte le cose che doveva dire, ha parlato.
"In pochi giorni tutto sarà fatto : questione di una diecina di cartucce di esplosivo, ma è un peccato perdere tutto quel ferro anche se è arrugginito. Lo porteremo su... ".
E i lavori sono incominciati.
Su un punto dello specchio d'acqua vi è stato un incrociarsi di barche, un saettare di motoscafi, un muoversi lento di pontoni panciuti che sporgevano quei loro lunghi bracci di acciaio per alzar qualcosa dal fondo, dove, cauti e lenti, gli uomini lavoravano attorno allo scafo immerso. Le benne portavano a galla mazzi di sbarre lunghe, lamiere stillanti acqua, catene di acciaio, ancore morse dalla ruggine, cassoni enormi, gomitoli di cavo. Il lavoro incominciava all'alba e aveva termine solo quando la notte veniva su a render d'inchiostro l'aria. Qualche volta, anche di notte, i palombari si immergevano. La lampada elettrica che portavano con loro nelle profondità sottomarine aveva una luce che s'illanguidiva sempre di più fino a diventare una macchia biancastra come una leggera pennellata di biacca su un fondo di nerofumo. Sempre i palombari s'immergevano a turno per ore in quella favolosa officina a venti metri sotto il pelo del mare.
Per avere una idea precisa, una sensazione netta dei lavori che si stavano compiendo, sono andato giù anch'io e l'impressione che ho provato è stata grande. Per far questo, dopo aver subìto piacevolmente una conversazione con un medico, essere stato ascoltato, picchiato con le nocche delle dita, aver respirato forte, mostrato la lingua, fatto sentire che cuore, polmoni fegato, tutto, insomma, era in perfetto stato, ho dovuto seguire un corso rapidissimo per diventar palombaro. Ho imparato a muover la testa da una parte e dall'altra, come un vecchio orso, per scaricar le valvole di pressione nell'interno dello scafandro; mi sono allenato a scendere a poco a poco facendo delle immersioni prima a tre metri, poi a cinque, a dieci, a dodici, a quindici e, alla fine, sono stato dichiarato abile. Abile. si capisce, per scendere una volta tanto al di sotto dei venti metri e riuscire a vedere al lavoro questi uomini portentosi che vivono e bene, in un elemento che non è assolutamente il nostro. Dopo aver calzato il berretto rosso di lana e aver fumato golosamente una sigaretta, mi son fatto aiutare a scavalcare il bordo della lancia, ho indossato la cinta di pani di piombo, ho salutato con un gesto i marinai e mi sono lasciato cadere all'indietro nell'acqua.
Sulla barca, quando uno s'infila per la prima volta lo scafandro, tutto sembra estremamente difficile. La stoffa impermeabile è dura come cuoio: ad alzare un braccio si fa una fatica immensa. Le scarpe, con quelle loro alte suole di piombo inchiodano letteralmente l'uomo al fondo della barca. L'elmo di rame è pesante: quando i marinai lo fissano con chiavarde al largo collare, pesa sulle spalle.

La prima volta fa impressione quando vien tolto l'ultimo contatto che uno ha con gli esseri viventi, quando, cioè, è fissato il largo cristallo rotondo che difende il viso. Allora il mondo diventa all'improvviso silenzioso e le voci giungono smorzate come se il rumore dovesse attraversare uno spesso strato di felpa.
Le ultime cose che si vedono sono i visi degli uomini che si sporgono fuori bordo a guardare, poi l'acqua sale, sciaborda sul vetro e, subito, al di sopra, è un gran velo verde, luminosissimo, tutto pieghe e increspature che man mano si allontana. E' un velo fluttuante, iridescente, diafano prima, poi sempre più cupo, pesante come fatto di velluto.
A guardar giù, quando si scende, sembra d'immergersi nell'inchiostro, poi gli occhi si abituano. Si va in basso piano, insensibilmente, per assuefarsi alla pressione. Sembra di scivolare su un invisibile piano inclinato. Tutta l'acqua che ci circonda dà una impressione di freddo. Ogni poco si regolano le valvole con un leggero movimento della testa: l'aria giunge regolarmente, si respira senza fatica. L'unico senso di oppressione, ma leggero, (una impressione più che altro) è dato da tutta quella massa verde che stringe sempre di più i movimenti, però, son divenuti facili e sciolti e quando si è sul fondo, desta stupore il fatto di poter camminare, alzare una mano, chinarsi, fare dei gesti, insomma, con relativa disinvoltura.


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un muoversi lento di pontoni panciuti che sporgevano quei loro lunghi bracci di acciaio per alzar qualcosa dal fondo . . 

Son vicino allo scafo sommerso.
In alto, come serpenti che si divincolino, sono il tubo che mi permette di vivere e la corda che mi lega a quelli della barca. Davanti a me scorgo una macchia nera che a poco a poco prende forma: è un altro palombaro. Mi saluta avvicinandosi con la sua testa alla mia e mi pare che sorrida : vedo attraverso i cristalli le cose indistinte come se i contorni fossero ammorbiditi da una nebbia verdastra.
Fa un gesto con la mano, lentissimo, e si avvia.
I suoi movimenti sono ampi e assurdi, lenti e legati come quelli che si vedono in una scena cinematografica proiettata col rallentatore.
Mi accompagna lungo la nave sommersa.
Lo scafo sembra che si muova. E' tutto un vibrar d'alghe come lunghi tentacoli, un palpitare di serici veli, un agitarsi di sciarpe inconsistenti, un cadere di drappeggi di flora che si sposta sotto l'influsso delle pigre correnti sottomarine.
Mi hanno raccomandato di seguir la guida e io la seguo. Non vorrei che il tubo che mi manda l'aria (quel nero condotto di gomma è la base di ogni mia preoccupazione: sembra sottile, pare che si debba spezzare da un momento all'altro, dà l'idea che si possa aggrovigliare con facilità, chiudersi con qualche nodo, sfilarsi dalla pompa o che so io ... ) incocciasse un ostacolo, si attorcigliasse con gomene, cavi, lamiere, altri tubi.
Attorno alla chiglia nera due uomini si muovono cauti. E, ad un tratto, davanti ai miei occhi si compie un miracolo. Guizza una fiamma bianca, luminosissima che scaturisce dal beccuccio di un apparato all'ossioacetilene. Mi par quasi di sentire sfrigolare questo fuoco portentoso che vive sott'acqua.
(Si ha un bel farsi una ragione e ripetersi mentalmente che la fiamma può vivere sott'acqua perché il fuoco è alimentato dall'ossigeno del serbatoio e perché la pressione delle bombole è valutabile a parecchie atmosfere; ciò non toglie che la fiamma che vive a venti metri sott'acqua dia l'idea di un miracolo ... ) Su, poi, mi diranno che questo è un metodo semplicissimo per tagliar delle lamiere di acciaio, ma io non riesco ancora a persuadermi che tutto questo sia logico e normale...
Un'altra cosa mi fa impressione: i pesci non hanno paura degli uomini che si muovono lenti sul fondo del mare.
Vengono a frotte a picchiar col muso contro i vetri. Per un attimo sembrano incollati al cristallo con piccole ventose di gomma rossa. Agitano freneticamente le branchie e le pinne, diafane come ali di farfalla e guardano stupidamente con quei loro piccoli occhi attoniti fatti di un globo di porcellana con due cerchi concentrici neri o azzurri come quei colori stesi sulle stoviglie da cucina. Sul fondo, fra la sabbia, i cumuli di melma, gli scogli ricoperti di velluto morbido, strisciano anguille come canapi sommersi camminano aragoste in modo goffo sui trampoli lunghissimi, s'inseguono pesci fatti a rombo, a losanga, a fuso, neri come ritagliati in una stoffa opaca, trasparenti come fatti di cristallo, morbidi e flaccidi come impastati nella gelatina. In alto navigano con lentezza gli ombrelli inconsistenti delle meduse. Tutto un mondo strano, irreale, di sogno: una massa di esseri vivi che sciamano e guizzano via se si alza una mano all'improvviso.
In alto, molto in alto, diafano e chiarissimo come un soffitto pieno di luce, è il pelo dell'acqua.
Ora vedo bene la nave, adesso che gli occhi si sono assuefatti a questa luce, liquida come quella che filtra dal cristallo degli acquari. E' lunga e sottile, così poco inclinata sul fianco da parer viva, legata solo al fondo dalle alghe abbarbicate alla carena.
Gli alberi, interi, tendono verso l'alto.. Sembra che vogliano andare incontro alla luce.
Scorgo le sartie spezzate che fluttuano fra due acque come se i cavi di acciaio fossero agitati dal vento...
Ritorno su e il percorso mi sembra interminabile: quelli che mi tirano a galla sanno benissimo le quote in cui bisogna fermarsi perchè l'organismo non risenta troppo della diminuita pressione. Legato al cavo di canapa, sospeso nello spazio, mi sembra d'essere un burattino con tanti fili sul capo. L'ultimo balzo, a tre metri, dura quarantacinque minuti. Poi è la luce, le mani dei marinai che mi afferrano sotto le braccia, mi tirano su, il capopalombaro che mi svita il cristallo, uno che mi mette fra le labbra una sigaretta accesa, un altro che mi sgancia la pesante cintura di pani di piombo. Con tutta l'aria che ho attorno mi pare di respirare a fatica. Gli occhi mi fanno male per la troppa luce. Vi è un sole glorioso in un cielo tutto azzurro dove si sfilacciano veli inconsistenti di caligine. Quegli strani brandelli di nuvole sono proprio sopra il mio capo.
"Che cos'è quella roba ? ".
I marinai hanno un sorriso.
"Quaranta minuti di incursione aerea sulla baia: tre ondate di bombardieri; hanno buttato giù delle incendiarie a terra che son finite tutte nei prati e qualche bomba dirompente che è andata a finir vicino alle navi... ".
"Nessun danno, insomma... ".
"Bisognava sentire i nostri come sparavano... ".
"Tra le batterie di terra, quelle degli incrociatori e quelle dei "caccia" pareva di stare al paese quando vi è la festa del patrono... ".
"Le schegge cadevano nell'acqua col rumore della grandine... ".
lo ho visto, all'aperto, un numero abbastanza grande di incursioni aeree e so quello che significano. Il pericolo maggiore è dato da tutte quelle granate, e sono molte, che scoppiano in alto e che irradiano all'intorno centinaia di schegge di tutte le forme che vengono giù da sei, settemila metri e fischiano come del vapore che sfugga da un condotto, ronzano come calabroni, battono sulle lamiere come manciate di sassi su un pezzo di latta.
"Di schegge, sulla barca, ne saranno cadute una ventina... "
"Guardate questa come è grande! Ha spezzato l'impagliettatura... ".
"E questa, come ha conciato lo scalmo di dritta... ".
Sono tutti lì, beati e sorridenti a narrarmi lo spettacolo che io non ho veduto, che gli altri, immersi nelle profondità sottomarine, non hanno nemmeno immaginato.
Sparavano le artiglierie, cadevano le bombe, e quelli, li; impassibili a girar con moto uguale i due volanti della pompa che serviva a mandar l'aria giù, sempre con la stessa cadenza, con ugual numero di giri, come macchine...
"I primi tempi, le incursioni ci facevano paura, non per noi, ma per quelli che erano giù. Pensavamo che se fosse caduta una bomba nella vicinanza della barca, noi, forse, ci saremmo potuti salvare, ma quelli di sotto erano condannati senza speranza... E questo lo sanno benissimo... ".
"Basta una ondata più forte che rovesci la barca... ".
"Del resto, ci siamo abituati... Due, tre incursioni ogni giorno... E il lavoro non si può certo sospendere... ".
Il lavoro è stato compiuto a tempo di primato: la gente di mare non è abituata a sprecar troppe parole.
In pochissimi giorni lo specchio d'acqua è stato liberato dal pericolo rappresentato dal relitto, ma le cariche esplosive non hanno solo distrutto un ostacolo alla navigazione: collocate opportunamente, hanno permesso il ricupero di tonnellate di ferro che già sono state avviate agli alti forni.
La preda che il mare teneva avvinta da più di vent'anni è stata strappata dalla melma e riportata alla luce.
Il gavitello rosso spalmato a gran colpi di pennello con la vernice antiruggine è stato rimosso e lo specchio d'acqua ora è libero.
Anche quella che è stata compiuta è una operazione di guerra e non delle meno facili.
Gli uomini che vi hanno partecipato ne possono andare orgogliosi.

A cura di , Walter Cucchi, membro della Historical Diving Society Italia

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