A.S.D. OKEANOS
e gli articoli di storia della subacquea 

Dal libro "I dominatori dell'abisso" di V. Curti

DEVE SCOPPIARE UNA CARICA DI ESPLOSIVO...

Dopo aver calzato la berretta di lana rossa - insegna di tutti i palombari del mondo - l'uomo aveva aspirato voluttuosamente due o tre boccate di fumo dalla sigaretta prima che i marinai della barca gli fissassero con le chiavarde l'elmo di rame al grande colletto metallico dello scafandro.
Al momento di fissare il cristallo che gli difendeva il viso, il capopalombaro gli aveva dato le ultime raccomandazioni: gli aveva ripetuto di far presto e di ricordarsi che uno strappo alla corda di comunicazione significava l'accensione della cartuccia di alto esplosivo. Badasse quindi a star lontano, perchè con la polvere da sparo non si scherza e il mare combina dei brutti tiri: tante volte una esplosione si sfoga da una parte e tante volte dall'altra. Non tirasse la corda, quindi, se non era in un punto completamente riparato.
- Sembra che sia la prima volta che vado sott'acqua! E' l'affare di un minuto !
Appena agganciata la cintura di pani di piombo, il palombaro si era buttato all'indietro, nell'acqua, lasciandosi sprofondare lentamente in quel gran secchio di colore coagulato.
Alla cintura, assicurata strettamente, era la cartuccia di alto esplosivo: l'uomo doveva star bene attento, nella discesa, perché non si aggrovigliasse il tubo che gli portava l'aria con il canapetto che gli serviva per comunicare con il capopalombaro e con i due fili elettrici necessari per l'accensione della cartuccia. Tolto questo, il lavoro non era difficile: si trattava di sgombrare uno specchio d'acqua dalla carcassa di un piroscafo affondato più di vent'anni prima. Per demolire il relitto, i palombari non facevano che immergersi e collocare nei posti opportuni, contro lo scafo sommerso, delle cariche di esplosivo. Quando la cartuccia era sistemata, si dava l'avviso su agli uomini della lancia e questi, dando corrente con una piccola dinamo mossa a mano, facevano esplodere la carica che doveva squarciare la carena arrugginita.
Appena raggiunto il fondo, il palombaro incominciò a muoversi con quei gesti lenti, assurdi dei personaggi cinematografici ripresi con il rallentatore. Lo scafo della nave sommersa era di fronte a lui, lungo e sottile, un poco inclinato sul fianco, legato al fondo melmoso dalle alghe abbarbicate alla carena, tutto avvolto da una luce verde come quella che filtra dal cristallo degli acquari. Ogni tanto l'uomo scuoteva la testa nell'interno dell'elmo per regolare le valvole di pressione e ciuffi di bollicine luminose partivano verso l'alto. Il palombaro era a poco più di venticinque metri sotto il pelo dell'acqua e il lavoro era semplice: sapeva benissimo dove doveva collocare la cartuccia. Questa volta l'avrebbe sistemata sotto l'ala di plancia, fra un ponte e l'altro, in modo da scardinare una ventina di lamiere che poi sarebbero state recuperate.
Si avvicinò allo scafo e per una diecina di minuti lavorò ad, intasar bene l'esplosivo nei fianchi del relitto.
Fu quando ebbe compiuta l'opera, che si accorse della tragedia che lo minacciava.
Il tubo dell'aria si era impigliato in alto con una sartia spezzata.
Il cavo di acciaio, agitato da una corrente sottomarina, fluttuava fra due acque come un serpente e, nei suoi movimenti, aveva "incocciato" il tubo.
Il palombaro vedeva benissimo quella specie di morsa che si poteva stringere da un momento all'altro tagliandogli quel filo d'aria che gli uomini di su pompavano e che gli permetteva di vivere, o addirittura poteva troncare di netto il tubo. Per diversi minuti l'uomo si raccolse per cercare una via uscita alla sua tragica situazione, poi si accorse con terrore che la sartia si avvicinava alla sagola che serviva a comunicare con quelli di su che era giunto il momento di far saltare l'esplosivo. Se la fune fosse stata afferrata dal cavo di acciaio, il capopalombaro avrebbe sentito lo strappo e avrebbe "dato corrente". Ed egli era lì, a due passi dal congegno esplosivo, senza la possibilità di muoversi. I minuti erano eterni. Se lui avesse tentato di venir su lungo il cavo per cercare di liberare il tubo, la sagola sarebbe stata senz'altro presa dal cavo e l'esplosione non si sarebbe fatta attendere.
Erano ormai quaranta minuti che stava sul fondo del mare e il freddo si faceva sentire. D'altra parte, egli non poteva fare eccessivi movimenti per ristabilire la circolazione del sangue senza correre il pericolo di dare al cavetto degli strappi che sarebbero stati certamente interpretati come il segnale convenuto.
Un sudore freddo imperlò la sua fronte.
In alto la sartia si avvicinava sempre più alla sagola cottile...
Il capopalombaro non toglieva gli occhi dal quadrante del suo orologio a polso : perchè quello di giù non si faceva ancora vivo? Diede uno strappo piano al cavetto di canapa. Come per richiamare l'attenzione dell'uomo immerso, poi, visto che rimaneva senza risposta, si decise.
Indossò lo scafandro e discese.
Il marinaio era giù, immobile, appoggiato allo scafo di acciaio come una cariatide. Avvicinò l'elmo al cristallo del palombaro ma, nella luce incerta non vide che una maschera tragica con gli occhi chiusi. Volse lo sguardo in alto e intuì la tragedia : il cavo di acciaio si era stretto più volte al tubo e l'aria doveva giungere all'uomo in misura insufficiente.
Non gli occorse molto tempo per rimuovere l'ostacolo e poi pensò a salvare il suo uomo. Piano, insensibilmente, metro per metro, tenendo l'infortunato fra le braccia, incominciò la salita. In alto, molto in alto, come una volta luminosa, verdastra fatta di cristallo, si vedeva la superficie dell'acqua. Ogni poco moveva le braccia al paziente perchè il sangue non si fermasse e intanto contava mentalmente dei numeri a distanza di secondi, per tener calcolo del tempo che era necessario per venir su impunemente, senza pericolo dell'embolia gassosa che colpisce anche gli uomini più robusti, quando passano da una forte pressione a quella dell'aria libera. E per venir su furono necessarie tre ore, tre ore di martirio.
La prima cosa che l'uomo chiese, quando gli tolsero il cristallo e un'aria tiepida e salmastra gli alitò il viso, fu un bicchierino di liquore per riscaldarsi. Poi domandò di immergersi nuovamente, nel pomeriggio, e poche ore dopo si udì nel fondo del mare, la sorda esplosione della carica che egli aveva deposto prima che avesse inizio la sua terrificante avventura, e che aveva voluto far scoppiare per punto d'onore...

A cura di , Walter Cucchi, membro della Historical Diving Society Italia

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