| I DISAGI AMBIENTALI DELLE MALDIVE, DOPO 30 ANNI DI TURISMO, SONO IN PARTE CAUSATI DALL’IGNORANZA DI VISITATORI E ADDETTI AI LAVORI Il ruolo e le potenzialità delle guide naturalistiche nell’economia della conservazione Nel 1972 venne inaugurato il primo villaggio turistico delle Maldive e fu chiamato Kurumba: il nome che i maldiviani usano per indicare la noce di cocco al suo primo stadio di maturazione... Sono dunque passati esattamente trenta anni da quando i primi turisti (italiani) battezzarono il magico arcipelago delle Maldive, che negli anni a seguire sarebbe diventato una delle mete più affascinanti per il turismo europeo. Migliaia di immagini mozzafiato e di frasi a effetto vengono quotidianamente utilizzate nelle agenzie di viaggio per tentare di vendere una settimana di Maldive: una settimana di paradiso; ma come spesso accade questo mare di immagini e questi fiumi d’inchiostro non rendono idea della reale bellezza e soprattutto occultano accuratamente ogni eventuale bruttezza… E’ triste ricordarlo, ma una parentesi d’inferno c’è anche in questo paradiso. Prima di tutto vale la pena citare l’evento più disastroso che ha afflitto le Maldive da quando le conosciamo: il bleaching. Nel 1998 ci fu un cambiamento della circolazione atmosferica nella zona del Pacifico, che impedì il normale raffreddamento dell’area dell’Oceano Indiano, portandone la temperatura media a un aumento di circa tre gradi, per quasi due mesi. Questo fenomeno fu chiamato El Niño, e provocò appunto il cosiddetto bleaching dei coralli, che letteralmente significa sbiancamento, ma praticamente significa morte, perché lo sbiancamento altro non è che l’espulsione dal corallo di alcuni organismi che vivono in simbiosi con esso, conferendogli alcune sostanze indispensabili alla sopravvivenza, nonché i colori sgargianti che siamo abituati a vedere. I coralli delle acque basse (entro i 25 metri) dunque morirono in massa lasciando un triste scheletro incolore che ad occhi inesperti sembra ancora vivo e candido. Credo sia proprio per questo motivo che la gente non ha disertato le Maldive in questi ultimi 4 anni: i venditori di paradiso hanno potuto in qualche modo “occultare la bruttezza…”. A un altro livello si colloca l’inquinamento locale, ma paradossalmente è questo, piuttosto del bleaching, a infastidire e allontanare i turisti, perché se il corallo rimane accettabile anche se morto, i sacchetti di plastica che oltraggiano il paesaggio sono per tutti inaccettabili. Eppure da sempre alle Maldive ogni rifiuto viene abbandonato alle amorevoli cure delle correnti marine, confidando candidamente in un infinito potere dispersivo dell’Oceano, che di certo non può né riciclare né degradare la plastica: i sacchetti di plastica in mare non si creano né si distruggono…si spostano! E a forza di spostarsi prima o poi li troviamo accanto a noi a prendere il sole sulla spiaggia, oppure impigliati in un corallo (che per causa loro morirà) o peggio ancora nella carcassa di una tartaruga che li divora scambiandoli per una gustosa medusa (uno dei bocconi più prelibati per alcuni di questi rettili) e muore per soffocamento o per fame. Ciononostante il governo maldiviano si è sempre dovuto orientare su questa sbrigativa politica per lo smaltimento dei rifiuti (non solo nella capitale, ma in ogni singola isoletta ogni rifiuto viene indistintamente riversato in mare); del resto le alternative sono inesistenti o troppo costose per un paese così povero. Assai più contraddittorio e inspiegabile mi sembra semmai l’atteggiamento di fronte a un altro grande problema: il traffico di souvenir derivati da animali selvaggi. Infatti se da una parte sono state imposte sanzioni molto pesanti per chi viene trovato all’aeroporto in possesso di coralli, conchiglie e quant’altro, non si è mai fatto niente per limitare il prelievo indiscriminato da parte dei maldiviani, che continuano tranquillamente a vendere di tutto agli ignari turisti (comprese le mitiche mascelle di squalo, che valgono a un maldiviano uno stipendio di tre o quattro mesi…). Quindi il tutto sembra un controsenso… oppure un piano preciso per avere l’esclusiva sul traffico di oggetti derivati da animali! Comunque la si voglia pensare, una caccia di questo tipo a squali, tartarughe, pesci palla, conchiglie e coralli, porta il nefasto e duplice risultato di devastare l’ecosistema e offrire un cattivo esempio ai turisti che in questo modo si sentono esortati all’acquisto e, peggio ancora, autorizzati al prelievo di eventuali soprammobili esotici... sperando di dribblare i controlli alla dogana (e pare proprio che in molti riescano a farlo). Questo dunque è il quadro che fornisce un’idea dell’altra “faccia della medaglia”, e che ogni visitatore può facilmente cogliere solamente una volta giunto qui, dove solitamente si ritrova, da ignorante, a partecipare a eventuali danni e a sottovalutare eventuali bellezze. A questo punto si potrebbero trarre conclusioni agghiaccianti sull’integrità ambientale delle Maldive, oppure sbizzarrirsi in cupi pronostici sulla sopravvivenza di questo ecosistema… Ma invece di lanciarmi in accuse da filoambientalista isterico, proverò semplicemente a fare una considerazione di stampo imprenditoriale. Ho visto che nelle strutture ricettive di ogni livello, non mancano mai manager, vicemanager, direttori, vicedirettori, intrattenitori, animatori, assistenti, baristi, camerieri, addetti alle pulizie, istruttori sportivi, e via dicendo… Tant’è che sovente il numero degli addetti ai lavori si avvicina e addirittura supera quello degli ospiti. Ma in questa miriade di lavoratori manca in parte o del tutto una delle figure certamente più utili all’utenza e a madre natura: una guida ambientale. Spesso ci si affida alle grossolane nozioni degli istruttori di sub, che dal canto loro ce la mettono tutta, da buoni appassionati del mare e della natura, ma non possono certo monitorare e guidare l’attività di snorkeling (l’attività di chi nuota con maschera e pinne, per la quale non serve né una particolare attrezzatura né un particolare addestramento); come non sempre possono tenere corsi di biologia marina o fornire spiegazioni esaurienti su come ci si debba avvicinare in sicurezza a questo mare da semplici bagnanti (e spesso sono queste le cose che la gente richiede, più ancora delle immersioni). Se ogni struttura offrisse un paio di guide ambientali, queste potrebbero risolvere molti dei problemi legati ai disagi naturalistici locali e senz’altro migliorerebbero la qualità del servizio. Controllerebbero sia l’attività subacquea che quella di snorkeling, partecipando attivamente alla pulizia delle coste dai rifiuti. Inoltre guiderebbero i clienti a un giusto comportamento in acqua, migliorando la loro sicurezza e innescando il moto del buon senso piuttosto che quello della minaccia delle multe in dogana, come deterrente per la raccolta di souvenir. Infine, non ultimo, fornirebbero un valido supporto anche a livello gestionale, orientando magari qualche scelta logistica in una direzione più consona alla conservazione dell’ambiente. Questo sembrerebbe superfluo o inopportuno, ma se la gestione maldiviana autorizza in diverse strutture la pulizia delle barche con abbondante uso di saponi sull’unico pontile di attracco (mostrando ai turisti mirabili chiazze di schiuma), evidentemente bisognerebbe delegare certe decisioni a chi ha studiato qualcosa di ecologia…o anche di marketing. L’ignoranza che produce tutti questi problemi potrebbe essere debellata con un investimento mensile di poco superiore a quello necessario per un animatore e potrebbe dar vita a una forma di intrattenimento certamente più consono alle Maldive, da giocarsi di giorno in un mare ricchissimo piuttosto che dopocena in un tradizionale contesto di animazione. Dott. Riccardo Gambassi Divemaster PADI #951790 |
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