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Indonesia, Parco Marino di Bunaken: un paradiso conosciuto e apprezzato da pochi, eppure...

UN VIAGGIO NEL MARE CON LA PIÙ GRANDE BIODIVERSITÀ, MINACCIATO DALLA COLLETTIVA IGNORANZA.

Tra i sogni più ricorrenti di ogni vero appassionato di mare e di immersioni, c’è un viaggio in Indonesia; nell’Indonesia insolita, incontaminata, lontana dal “carnevale di plastica” (animazione, cocktail e mega-piscine) che i tour operator propinano al turismo di massa, generalmente indirizzato a Bali. Esiste una categoria di turisti (una minoranza in via di espansione) che decisamente preferisce l’autenticità alla comodità e che si affida a quei tour operator, specializzati in “naturavventura”, che promettono spettacoli naturali grandiosi e unici, offrendo destinazioni alternative e soluzioni più spartane. Per questa seconda categoria di turisti, tra le numerose possibilità, spicca una meta molto particolare proprio in Indonesia: il Parco Marino di Bunaken, di fronte a Manado, nel Nord dell’isola di Sulawesi. 
Si tratta di una zona meravigliosa, dal fascino paesaggistico indiscutibile. Praticare immersioni in questi luoghi significa uscire dall’acqua convinti di aver nuotato in una sorta di acquario gigantesco. Si è rapiti da una strana sensazione, ma solo dopo qualche tempo si riesce a decodificarla, solo quando le emozioni iniziano a decantare e lasciano la possibilità di organizzare riflessioni. 
La prima cosa alla quale solitamente capita di pensare è la fortuna che si è avuto a visitare queste acque, queste acque che, come chiarisce una guida del posto (un biologo), appartengono al mare più ricco del mondo, o per dirla meglio, al mare con la più alta biodiversità. Allora, una volta che ci hanno spiegato esattamente cos’è questa benedetta biodiversità, viene appunto da chiedersi come mai ci si ritrova a scoprire una cosa in apparenza così grandiosa e importante soltanto dopo averla affrontata da turisti. Paradossalmente, è un po’ come andare a spasso in montagna e infine fermarsi per una sosta a un rifugio dove ci dicono che abbiamo appena passeggiato a 8848m di altitudine, sulla cima dell’Everest! Ma questo non accadrà mai, perchè tutti o quasi conoscono tutto o quasi della vetta più alta del mondo, mentre evidentemente per quanto riguarda la “ricchezza del mare” la faccenda è ben diversa. 
Anche se il confronto non regge, in quanto ovviamente il concetto di biodiversità è infinitamente più complesso rispetto a quello di altitudine (per tornare all’esempio citato), bisogna ammettere che la conoscenza e il reale interesse attorno al concetto di biodiversità sono del tutto sproporzionati alla sua effettiva rilevanza, visto che le zone ad alta biodiversità rappresentano dei veri tesori naturalistici del pianeta. Come Manado. Questo luogo è una via di mezzo tra una città molto povera e una baraccopoli molto ricca; è il classico esempio di natura selvaggia corrotta da una selvaggia civilizzazione: i suoi 400.000 abitanti sono totalmente incuranti dei beni naturali e inquinano regolarmente ogni area abitata, riversando in mare ogni tipo di rifiuto. Manado è insomma la più grande minaccia di sè stessa e le sue malsane abitudini sentenziano un futuro nel segno della precarietà. L’economia locale tra l’altro è retta in massima parte dal turismo e il solo modo per incrementare e perpetuare questa ricchezza, sta nella possibilità di conservare il bene che riesce a produrla, ossia la natura: nella sua apparenza (paesaggio) e nella sua essenza (biodiversità). 
Vedere sacchetti di plastica che incappucciano i coralli o incontrare enormi chiazze di rifiuti galleggianti (talvolta perfino nel perimetro del Parco Marino di Bunaken) dovrebbero essere segnali vistosi, allarmanti, anche e soprattutto per gli abitanti del luogo. E invece no; ma di certo prima o poi diventeranno un segnale di squallore, se non peggio, per i turisti. Comunque non c’è da stupirsi per questo atteggiamento di noncuranza: l’Indonesia vive, come altri paesi poveri, il mito della ricchezza del mondo occidentale, rispecchiandone e amplificandone alcuni brutti vizi, tra cui purtroppo la grande superficialità nella gestione dello sviluppo tecnologico.
Il mondo occidentale, dal canto suo, sembra che si affretti solo a godere della bellezza che rimane, finchè rimane, invece di correggere e soprattutto correggersi fornendo magari qualche buon esempio... Del resto, come abbiamo appurato, stenta anche l’occidente (acculturato, aggiornato, tecnologico) a capire l’importanza della biodiversità, o in senso lato a maturare la cosiddetta coscienza ecologica, e l’unica cosa buona che prova a fare è quella di inviare qualche sparuta delegazione di “illuminati” appassionati naturalisti, il cui unico potere, una volta rientrati fra “i ricchi”, è denunciare il problema scrivendo da qualche parte. 

Riccardo Gambassi

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